Perduta la sua funzione militare il castello si trasformò in residenza di rappresentanza dei nuovi feudatari, corredata da un giardino esteso fino alle mura settentrionali.

Immagine
Disegno del progetto
Descrizione
È al cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio II che si deve l’importante ammodernamento del palazzo: tra il 1620 e il 1640 fece decorare gli interni con stucchi ed affreschi riproducenti fatti d’arme intesi a celebrare la famiglia, purtroppo in gran parte perduti
Alla sommità dello scalone è conservata l’effige in stucco attribuita a Giorgio Trivulzio, sormontata dall’antico stemma della famiglia parlante della famiglia: tre facce in una sola testa incoronata, con il motto latino “Fui, sum, ero”.
Il palazzo resta di proprietà della famiglia fino al 1839, quando la contessa Cristina Belgioioso Trivulzio vende tutte le proprietà melzesi per finanziare i moti risorgimentali.
L’edificio venne acquistato dal commerciante Pietro Cagliani, che lo spogliò degli arredi per adibirlo a botteghe.
Nel 1860 divenne sede di tre aziende tessili con una sessantina di telai.
Nel 1886 il palazzo viene acquistato dal Comune per adibirlo a scuola elementare e asilo infantile.
Viene poi abbandonato e solo nel 1987 iniziano i lavori di recupero e conservazione del bene, con il restauro degli apparati decorativi e la sistemazione del piazzale antistante.
Attualmente il palazzo è sede del teatro Trivulzio e delle Casa della cultura, mentre la biblioteca civica Vittorio Sereni ha trovato nuova collocazione in un moderno edificio accanto alla chiesa di Sant’Andrea.


