Nel Milanese la coltivazione sistematica del gelso, le cui foglie sono l’unico nutrimento del baco da seta, inizia nel 1470, quando Giovanni Galeazzo Sforza obbligò i possidenti a piantare cinque moroni ogni cento pertiche di terra.

La filanda Miljus a Boffalora Ticino
Ma fu solo a partire dal Settecento che la diffusione divenne capillare, raggiungendo l’apice nella prima metà dell’Ottocento, quando la seta si collocò ai vertici dell’esportazione del Ducato.
Alcuni imprenditori costruirono grandi bigattiere dove i bachi venivano allevati da operai, ma spesso la cura dei gelsi e degli insetti spettava alle famiglie dei coloni, che ottenevano in cambio la metà del prodotto.
I bozzoli venivano venduti ai proprietari delle filande, situate vicino a corsi d’acqua: lì trovavano occupazione stagionale un buon numero di operaie filatrici (anche bambine di 5 anni!), che lavoravano in caldissimi ambienti umidi anche 14 ore al giorno.
Il bozzolo veniva stufato per uccidere il baco, poi messo in vasche con acqua a 70 gradi per trovare il capo; il lungo e sottilissimo filo veniva poi trasferito nell’incannatoio sugli aspi, unito ad altri fili e ritorto per aumentarne la resistenza e renderlo idoneo alla tessitura.
Gli opifici erano molto numerosi in Martesana: tra filande e incannatoi se ne contavano sette a Cernusco, cinque a Pessano e Bornago, tre a Gorgonzola due a Gessate. Carugate aveva quattro grosse filande che occupavano ben 830 addetti; altre filande erano presenti a Inzago e altri borghi.
Quasi tutte sono andate perdute: infatti a partire da fine Ottocento le filande vennero soppiantate dai cotonifici, fino a scomparire nel XX secolo con l’invenzione delle nuove fibre artificiali.
