DEFINIZIONE DEL TERRITORIO DETTO MARTESANA
Intorno ai secoli IX e X, a nordovest e nordest di Milano, lungo gli assi del Ticino e dell’Adda, che rappresentavano il confine naturale del Milanese, presero forma due Comitati, o contadi, che trassero il nome dai castelli ove anticamente, forse già in età bizantina, vi era il maggiore presidio militare; la zona del Ticino fu detta dunque del Seprio, da Castelseprio mentre la zona dell’Adda prese il nome di Martesana, probabilmente da Castelmarte , posto sulle colline del Lecchese. Per estensione, nel periodo delle guerre tra il Comune di Milano e l’Impero, tutta l’area che dal capoluogo lombardo si estendeva fino all’Adda, finì per essere connotata come la Martesana.
Nel XV secolo il ducato visconteo definì in senso amministrativo tale territorio, soggetto a un magistrato detto appunto Capitano della Martesana, che aveva sede a Vimercate. I confini della Martesana erano ormai chiari: essi comprendevano i borghi e i villaggi a nord e a sud della strada pubblica (l’antica via Postumia) che uscendo da Porta Orientale collegava Milano ai valichi fluviali di Trezzo, Vaprio e Cassano, comprendendo paesi nelle pievi di Segrate, Gorgonzola, Corneliano, Vimercate e parte della pieve di Pontirolo.
Estratto da C.M.TARTARI, Le case sul Martesana, Verona 2003
IL PROGETTO PRECEDENTE IL NAVIGLIO
Nel 1443 una cordata di capitalisti della Martesana (Cotta, Piola, Assandri e altri nobili con beni dislocati tra Trezzo, Inzago, Melzo e Truccazzano) ottenne dal duca Filippo Maria Visconti il permesso di costruire a proprie spese un canale che traendo acqua dall’Adda azionasse ben 16 ruote da mulino. La prospettiva era di carattere artigiano-industriale in quanto l’energia idraulica avrebbe mosso le macchine per battere il ferro, follare la lana, torchiare vino e olio e macinare i cereali. Non si prendeva in considerazione la possibilità di navigazione ma il progetto prefigurava già in molti aspetti il futuro naviglio: la presa dell’acqua (incile) era già individuata poco a valle del castello di Trezzo, dove l’Adda usciva irruenta da una strettoia tra le alte sponde rocciose di ceppo e la spinta della corrente sarebbe stata sufficiente a dare flusso costante al canale. Il suo tracciato avrebbe costeggiato l’Adda nel tratto vapriese per poi curvare verso Milano all’altezza di Cassano (la Volta), raggiungere Inzago raccordandosi al fossato di cerchia del borgo, indi piegare verso la Bassa attraverso Trecella e Melzo, per finire nel torrente Molgora.
Il progetto si fermò all’ideazione perché alla morte del duca nel 1447 iniziò la guerra con la Serenissima, terminata con la pace di Lodi nel 1454: il nuovo duca Francesco Sforza, intuendo che la Martesana fosse “la chiave del Milanese”, recuperò l’aspetto strategico del progetto: una via d’acqua che collegasse carriaggi, derrate e forze umane da Milano alla più pericolosa frontiera dello stato, quella sull’Adda.
El Navilio nostro de Martesana
Così viene definita l’opera nel decreto ducale del 1457, sottoscritto da Cicco Simonetta, a sottolineare la volontà di Francesco I e l’aspetto demaniale, di pubblica utilità della nuova infrastruttura. Quando nel 1497, dopo circa quarant’anni di lavori e interruzioni, alcuni proprietari di diritti delle acque della Bassa milanese, tra i quali la potente abbazia di Chiaravalle, intentarono un processo per far prevalere l’uso irriguo dell’acqua sulla navigabilità, Lodovico il Moro, figlio di Francesco, ribadì nella sentenza che la navigabilità del Martesana era la sua peculiare funzione.
GLI INGEGNERI DUCALI
Numerosi tecnici si avvicendarono per quattro decenni allo scavo e alla costruzione del naviglio: erano professionisti alle dipendenze dello Stato con il compito di reclutare le maestranze, di approvvigionarsi del materiale e di dirigere i lavori. Fra costoro il più noto e Bertola, o Bartolomeo, da Novate che per essere stato citato in un appunto leonardesco è impropriamente passato alla storia come progettista ed esecutore dei lavori per il naviglio della Martesana.
La grande opera attivò subito un volano economico positivo, con l’assunzione di centinaia di scavatori, cariolanti, maestri da muro e carpentieri. Furono attivate le cave del ceppo dell’Adda di facile taglio e modellatura, estratto dalle rive di Trezzo e Vaprio; nella zona di Gessate e Bellinzago furono aperte cave di argilla e costruite almeno tre fornaci, i boschi dell’alta pianura fornirono le travi per la palificazione delle sponde. Lo scavo mantenne la larghezza del canale fra i 9 e i 18 metri, mentre l’attraversamento di strade e villaggi comportarono problemi di erezione di ponti, passaggi, svincoli. La strada alzaia (quella percorsa dai cavalli che tiravano la fune detta appunto alzana o alzaia) divenne un’arteria viaria fondamentale e alternativa all’antica via Postumia.
Estratto da C.M.TARTARI, Le case sul Martesana, Verona 2003